Ogni tanto torno a questo blog, a questo punto che mi attrae, periodicamente, come un appuntamento con me stesso.
Non è che abbia qualcosa di speciale: è che piuttosto è diventato, con il passare degli anni, un'isola in cui, in dieci minuti, mi lascio andare a pensieri di varia natura.
Un pezzo della mia umanità, insomma.
Per un po' ho cercato di controllarlo, di imbrigliarlo, di categorizzarlo, di inserirlo in un progetto più ampio, ma da qualche mese a questa parte sto accettando il fatto che forse è giusto che vada alla deriva, che continui nella sua direzione erratica e casuale, trascinato dalle vicende della mia vita, dalle mie evoluzioni mentali, culturali, affettive.
Un pezzo di me in qualche modo più autentico rispetto alle cose che scrivo "perché devo", o perché sottoposte al controllo periodico del tempo. Un centro di gravità, sicuramente, forse non permanente ma di sicuro abbastanza duraturo da farmi sentire a "casa".
Alla prossima
Grillo Sognatore
giovedì 19 giugno 2014
mercoledì 30 aprile 2014
In trappola
[N.b. Questo post non ha un gran filo logico. Va letto come un puro sfogo, una pagina di diario in senso stretto. Ogni tanto fa bene anche andare a briglie sciolte]
Se c'è una sensazione che non ho mai sopportato, è quella di sentirsi in trappola.
La trovo più fastidiosa, più insidiosa e dolorosa della paura, dell'angoscia, della tristezza.
Poi arriva un momento in cui ti senti così inutile, ma così inutile, che ti metti a fare la cosa più inutile di tutte: scrivere. E allora d'improvviso ti sembra di stare risolvendo il problema più difficile del mondo, quello della mancanza di senso. Quindi continui a scrivere, e continui ad oltranza; ad un certo punto ti sembra di stare dicendo troppo, ma tu continui lo stesso, quasi pressato da un'urgenza di trovare il fondo del discorso che stai facendo, sapendo bene che il fondo non c'è, che puoi continuare a scavare all'infinito, e quando sarai stanco di spalare gratterai il terreno con le mani, e quando anche le mani saranno stanche lo scaverai con gli occhi e con l'immaginazione, immaginando di andare più a fondo, di scoprire cosa c'è ancora.
Arrivi ad un punto in cui ti sembra che stiano per finire le parole, ma quelle continuano ad arrivare senza sosta, frase dopo frase e paragrafo dopo paragrafo. Poi, quando sei stanco, esausto, quasi avessi fatto una lunga marcia nel deserto, posi la penna, senza smettere di pensare a quello che avresti voluto dire ancora. Ti prendi una necessaria pausa, con la paura in sottofondo di non riuscire più a riprendere. Come se da quel lavoro, da quello scrivere, dipendessero le sorti del mondo, o perlomeno le tue.
Questa è una parte del piacere della scrittura: rinascere dalla disperazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Se c'è una sensazione che non ho mai sopportato, è quella di sentirsi in trappola.
La trovo più fastidiosa, più insidiosa e dolorosa della paura, dell'angoscia, della tristezza.
Poi arriva un momento in cui ti senti così inutile, ma così inutile, che ti metti a fare la cosa più inutile di tutte: scrivere. E allora d'improvviso ti sembra di stare risolvendo il problema più difficile del mondo, quello della mancanza di senso. Quindi continui a scrivere, e continui ad oltranza; ad un certo punto ti sembra di stare dicendo troppo, ma tu continui lo stesso, quasi pressato da un'urgenza di trovare il fondo del discorso che stai facendo, sapendo bene che il fondo non c'è, che puoi continuare a scavare all'infinito, e quando sarai stanco di spalare gratterai il terreno con le mani, e quando anche le mani saranno stanche lo scaverai con gli occhi e con l'immaginazione, immaginando di andare più a fondo, di scoprire cosa c'è ancora.
Arrivi ad un punto in cui ti sembra che stiano per finire le parole, ma quelle continuano ad arrivare senza sosta, frase dopo frase e paragrafo dopo paragrafo. Poi, quando sei stanco, esausto, quasi avessi fatto una lunga marcia nel deserto, posi la penna, senza smettere di pensare a quello che avresti voluto dire ancora. Ti prendi una necessaria pausa, con la paura in sottofondo di non riuscire più a riprendere. Come se da quel lavoro, da quello scrivere, dipendessero le sorti del mondo, o perlomeno le tue.
Questa è una parte del piacere della scrittura: rinascere dalla disperazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
martedì 4 marzo 2014
"Cultura"
Più leggo, più capisco che la cultura è qualcosa di intimo. Un "fatto" che ha sede nella mia coscienza. Certo, ha delle radici nella società, nella religione, nella mia generazione, ma non la si può ricondurre a questo, e nemmeno ad un'appartenenza territoriale.
Un libro ha il potere di rendermi fratello di molti che non parlano la mia stessa lingua né professano la mia religione, gente che ha un pensiero politico completamente diverso dal mio, più ricca o più povera di me.
E questo mi fa pensare che, se basta così poco per attraversare barriere che di solito scatenano guerre, beh, allora queste guerre semplicemente non hanno senso.
Molto semplicistico, se volete. Di sicuro è un pensiero che non tiene conto della complessità geopolitica dei conflitti, di tutte le questioni spesso materiali che ci stanno dietro, ma non riesco a togliermi dalla testa che tutta la storia dei conflitti culturali sia una grossa, grossa menzogna alla quale continuiamo a credere perché è confortante, una comoda panacea grazie alla quale possiamo evitare di concentrarci sulle vere cause dei conflitti.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Un libro ha il potere di rendermi fratello di molti che non parlano la mia stessa lingua né professano la mia religione, gente che ha un pensiero politico completamente diverso dal mio, più ricca o più povera di me.
E questo mi fa pensare che, se basta così poco per attraversare barriere che di solito scatenano guerre, beh, allora queste guerre semplicemente non hanno senso.
Molto semplicistico, se volete. Di sicuro è un pensiero che non tiene conto della complessità geopolitica dei conflitti, di tutte le questioni spesso materiali che ci stanno dietro, ma non riesco a togliermi dalla testa che tutta la storia dei conflitti culturali sia una grossa, grossa menzogna alla quale continuiamo a credere perché è confortante, una comoda panacea grazie alla quale possiamo evitare di concentrarci sulle vere cause dei conflitti.
Prendiamo per esempio questa storia dell'identità: un enorme "mostro culturale" creato da secoli di riflessioni che ci impediscono ormai di vedere la questione al suo nocciolo.
Il nocciolo della questione è: ad un certo punto alcuni (non tutti!) popoli della Terra hanno smesso di condurre una vita nomade e si sono stabiliti. Nasce il concetto di "territorio", come qualcosa da difendere e conservare. All'inizio sono questioni pratiche, concrete: bestie selvatiche da cacciare, altri gruppi umani che si vogliono impadronire di risorse preziose, indispensabili alla vita, come sorgenti d'acqua e/o terre fertili, scorte di cibo, etc. Passano i secoli e questa "appartenenza" della popolazione al territorio si sublima sempre più, fino a perdere di vista l'utilità pratica che aveva: al territorio si associa una cultura, creata dall'unione di un gruppo umano (imparentato in qualche maniera, anche alla lontana) con le sue pratiche "specifiche", anch'esse nate dall'abitudine o dall'ambiente (per esempio, se vivo nella tundra, imparo a vestirmi di pelli di foca; se vivo alle Hawaii, sono mezzo nudo e porto un gonnellino di foglie di banano). La cultura "materiale" (cibo, vestiti, manufatti) si intreccia con il culto dei morti, con le credenze sull'aldilà e sul senso della vita, e diventa un tutt'uno con il luogo e con il "popolo" che lo abita, creando la famigerata "identità".
Ovvero: "io sono (in parte) anche quello che la storia del mio territorio e delle persone che lo abitano vogliono che io sia".
Ora, tutto questo è molto bello. Significa che ci distinguiamo (un po') dalle scimmie, che ci siamo "evoluti", etc etc. Tutto molto molto bello. Non scherzo, perché mi piace davvero questa roba, altrimenti non ne avrei fatto l'oggetto del mio studio.
Però poi arriva il bello. Queste (perdonate se prendo in prestito un termine dal marxismo ma è molto comodo in questo caso) "sovrastrutture", molto carine se esaminate in sé stesse, come opere d'arte create dall'ingegno e dalla fantasia umana, a un certo punto diventano strumento di potere. Diventano utili a creare/fomentare conflitti di vario genere, come quello tra classi sociali, tra etnie/razze, tra popolazioni anche appartenenti allo stesso background culturale. Un caso tra tutti, Italiani del nord e del sud che se la litigano a suon di stereotipi. Oppure gli italiani in generale che se la prendono con "gli immigrati", facendo rientrare in questa definizione di tutto di più, senza distinzioni. O, per parlare di un caso più specifico, tutte le resistenze alla creazione di uno stato laico senza eccezioni per tutti.
Questo argomento mi fa molto sorridere. Si tende ad evitare il confronto sulla base della "identità nazionale" di un certo Paese. Con questo argomento si dice: "siccome la storia di questo Paese ha fatto si che la maggior parte dei suoi abitanti si consideri legata ad una professione di fede, allora anche i luoghi pubblici devono essere marchiati con simboli che la richiamano". Qualunque tentativo di sradicare quest'abitudine per richiamare al fatto che uno Stato è una "cosa comune", diversa dalla casa di un privato (in cui giustamente vale la regola "è casa mia, se voglio posso dipingerla anche di rosa a pois marroni, se non ti sta bene non ci entrare"), fa scattare un campanello di "allarme tentata invasione". Ma invasione di che?
<<Di [quel tale gruppo religioso] che vuole venirci a insegnare a noi come si deve fare nel nostro Paese>>.
Uhm. E in che senso "loro" avrebbero torto?
<<Beh, perché "noi" ci siamo fatti le "nostre" regole (per stratificazione storica e "culturale") e a noi vanno bene così, perché "loro" ora dovrebbero cambiarcele?>>
Capite cosa voglio dire? Quello che non accetto è l'uso politico della cultura. E per politica non intendo quella fatta in Parlamento o nei vari luoghi della democrazia. Ma proprio dalle persone.
"Cultura" ha la sua radice nel verbo "coltivare", far crescere. Si riferisce a qualcosa che germina e cresce nella coscienza del singolo. La comunità è importante, certo: è il posto in cui la cultura di ognuno si incontra e si mescola con quella dell'altro per far sprizzare la scintilla della vita sociale. Non avrebbe senso altrimenti.
I recinti che ci costruiamo intorno, le frontiere, non fanno altro che castrare questo desiderio dell'uomo di espandere la propria coscienza, anche attraverso lo "scontro" con l'altro. L'uso politico della cultura ci obbliga a stare nei confini di una "geografia mentale" di un mondo che non abbiamo disegnato noi, e che nonostante questo ci obbliga a seguirne le orme, senza darci la possibilità di emanciparci.
Comunque in tutto questo non vedo una soluzione, se non il fatto che ciascuno (dei 7 miliardi di umani) si renda conto di questo e modifichi il proprio modo di agire di conseguenza. Il fatto che solo poche persone siano in grado di farlo, perché nate e vissute in un contesto che glielo ha permesso - famiglia borghese, genitori responsabili, istruzione decente e garantita fino al livello universitario, libertà di stampa e opinione - non aiuta, al massimo crea una "avanguardia" percepita come "lontana" da chi non ne fa parte. Così, un altro recinto nasce, un altro confine, meno visibile ma non meno potente, si crea tra "intellettuali" e "incolti". Due popoli con la loro cultura, la loro identità, il loro orgoglio di parte, la loro diffidenza ad incontrarsi. E niente cambia.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 24 gennaio 2014
Si scrive, si gioca.
Ogni
volta che la mia mano si posa su un foglio, che sia di carta o
virtuale, con la mente smetto di essere me stesso, e nello stesso
tempo lo sono davvero. Smetto di essere “quello che dovrei essere”,
quello a cui dovrei preoccuparmi di assomigliare, e divento – o
ritorno – la semplice persona che sono: una persona fatta di sogni,
di idee, di fantasia.
La mia
essenza è quella del viaggiatore di mondi: mondi inventati o reali,
alcuni esistiti solo nella mia mente, altri già abbozzati o
esplorati, altri ancora che fanno parte di un immaginario collettivo,
di archetipi dai quali, come in un pozzo senza fine, poter attingere
l'acqua della vita. Una vita fittizia forse, ma pur sempre
palpitante. Perché il libro – la letteratura, direbbe il prof
dentro di me – non smette mai di vivere. È un simbionte che si
attacca a chi lo riceve, al lettore, e da lui riceve sempre nuova
energia per scrollarsi di dosso la polvere e resuscitare. A prima
vista lo si direbbe un insieme di fogli e parole fissate per sempre
in modo statico, una statua praticamente. Non c'è nulla di più
sclerotizzato, di più mummificato. Il discorso orale, quello si che
è la vera vita. Ma verba volant, scripta manent, e così il
discorso orale – pur se davvero “vivo” nel senso stretto del
termine, pieno di inflessioni, tic, sbagli, sottintesi, gesti – si
perde nel vento, ne resta, dopo pochi secondi, solo l'eco che il
cervello altrui ha registrato. Un riflesso che sbiadisce dopo poco,
del quale si perdono i lineamenti, che lascia solo la traccia
dell'essenziale (più spesso dell'inessenziale). La parola parlata si
presta solo alla falsificazione, alla manipolazione. La traccia
scritta, invece, resta e si presta all'operazione più multiforme di
tutte: al gioco.
Scrivere,
infatti, presuppone un dato che tutti sembrano dimenticare, che solo
ai grandi scrittori è dato tenere sempre a mente: che con la
scrittura si gioca. Spesso è un gioco in cui ci si fa male, a volte
è addirittura mortale, ma resta sempre e comunque un gioco. La
scrittura non è essenziale al mondo: lo sappiamo benissimo. Chi
crede sia indispensabile alla vita gioca a sua volta a fare il serio,
ma si rende benissimo conto che al di là del foglio c'è solo aria.
Solo, fa finta che i suoi castelli, fatti con quei stessi fogli,
siano costruiti su basi di cemento e acciaio come i veri palazzi. È
solo un altro costruttore disonesto come ce ne sono tanti in giro,
spaccia condomini fatti con sabbia e calce come se fossero
antisismici. Ma chi è furbo lo sa, che la letteratura di per sé non
vale niente. Si vive anche senza: è per questo che l'unico modo per
tenerla viva è giocarci, sapendo che a conti fatti le colonne del
dare e avere con la vita sono sempre a zero, ma con un po' di finanza
creativa, giocando con i numeri immaginari, con quelli irrazionali e
sfuggendo alla tirannia di Euclide si può fare finta di essere
ricchi, arrivando perfino a ingannare la Borsa, facendosi quotare
giorno per giorno in su o in giù, seguendo il capriccio del cuore
umano, più instabile dell'indice più ballerino.
Alla prossima
Grillo Sognatore
sabato 9 novembre 2013
Quotazioni incerte
Quotazioni incerte
A certe cose bisogna fare il callo.
Si ha un bel da fare a tenere alta l’asticella
degli ideali. Quando manca il pane
c’è poco oltre la polvere da mangiare. E se salta
una rata di quel mutuo che gli abbiamo concesso
- quel prestito d’amore lealtà fiducia fierezza -
abbiamo solo una scelta: ridurre l’eroe in aula
che trovi il modo se può di difendersi o crolli
nel fango riverso; o resistere, accordargli
una dilazione, rimpinzarlo di attenuanti e puntellare
il piedistallo che regge la sua effigie.
Il cuore è esoso. Esige interessi che uno strozzino
arrossirebbe a proporre. Macina sentimenti
come la Borsa le sue azioni. Conosce fluttuazioni
più ripide di un indice ballerino. E non ammette rimborsi.
15/10/2013
Sapevo che sarei tornato a scrivere. Lo sapevo con certezza assoluta. Questa poesia è datata 15 ottobre ma l'ho riscritta ora... ne sentivo troppo la mancanza. Nei prossimi giorni ripesco qualcosa dal cassetto, vedrete.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 8 novembre 2013
Voglia di scrivere 2.0
Niente, non ce la faccio proprio, non riesco a dedicarmi proprio a niente ultimamente.
Da un lato mi dico che dovrei serenamente accettare questa situazione, farmene una ragione e smettere di avere velleità da blogger; dall'altro invece credo che riuscirò seriamente a impegnarmi, a breve.
Lo so perché mi sta succedendo quello che mi succede ogni volta che mi ronza in testa un'idea da troppo tempo e comincia a premere, a premere e premere per realizzarsi. Posso ignorarla per un po', ma alla fine trova da sola il modo di "esistere": semplicemente, anche se mi metto a fare altro, dopo un po' diventa il pensiero dominante, al punto da sovrastare quello che dovrei fare nella giornata.
Perciò no, non abbandono il blog, anzi sono sicuro che a breve tornerò a scrivere.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Da un lato mi dico che dovrei serenamente accettare questa situazione, farmene una ragione e smettere di avere velleità da blogger; dall'altro invece credo che riuscirò seriamente a impegnarmi, a breve.
Lo so perché mi sta succedendo quello che mi succede ogni volta che mi ronza in testa un'idea da troppo tempo e comincia a premere, a premere e premere per realizzarsi. Posso ignorarla per un po', ma alla fine trova da sola il modo di "esistere": semplicemente, anche se mi metto a fare altro, dopo un po' diventa il pensiero dominante, al punto da sovrastare quello che dovrei fare nella giornata.
Perciò no, non abbandono il blog, anzi sono sicuro che a breve tornerò a scrivere.
Alla prossima
Grillo Sognatore
mercoledì 2 ottobre 2013
Break point - Punto di rottura
Punto di rottura in tutti i sensi. Da un po' volevo dare una scossa alla mia vita... ed ora sto cercando attivamente un lavoro.
Ne ho trovato uno così così, l'ho lasciato dopo un mesetto, ora ne sto provando un altro... e ovviamente la mia vita virtuale si è ridotta molto a beneficio di quella "fisica". Ragion per cui il progetto Book of the week ha subito una brutta battuta d'arresto.
D'altra parte però ho ripreso a leggere davvero :) e questo non potrà che fare del bene al progetto, che infatti riprenderò dalla settimana prossima, per non fermarlo più, promesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Ne ho trovato uno così così, l'ho lasciato dopo un mesetto, ora ne sto provando un altro... e ovviamente la mia vita virtuale si è ridotta molto a beneficio di quella "fisica". Ragion per cui il progetto Book of the week ha subito una brutta battuta d'arresto.
D'altra parte però ho ripreso a leggere davvero :) e questo non potrà che fare del bene al progetto, che infatti riprenderò dalla settimana prossima, per non fermarlo più, promesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
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