E niente, insegnare toglie energie e tempo. Perfino il tempo di questo post lo sto rubando al lavoro.
Lavoro? Ma se oggi è il tuo giorno libero!
Ma se gli insegnanti hanno un saaaaacco di tempo libero, ogni giorno, dopo l'uscita dalla scuola!
[emette bestemmie soffocate a mezza bocca mentre cerca di tornare in sé]
No cari, sfatiamo per l'ennesima volta questo mito del prof che si gratta la pancia quando torna a casa.
In primis, per 5 giorni alla settimana devo svegliarmi alle 5.50 per raggiungere la mia scuola in tempo (altro Comune - solo mezzi pubblici). Poi devo farmi un'altra ora e mezza per tornare a casa e pranzare alle 15. Già con questo il mio "tempo libero" si riduce (devo andare a letto prima e/o recuperare il sonno il pomeriggio).
Vabbé cazzi tuoi, mica tutti i prof sono così, certi abitano a due passi dalla scuola!
Corretto. Incasso e porto a casa. Ma c'è dell'altro.
Seguo 5 classi: 4 solo per geografia e una invece con tutte le materie letterarie. Materie che nello specifico sono:
- grammatica
- italiano antologia
- italiano "epica"
- storia
- geografia.
Per ciascuna di queste ore bisogna fare almeno 2 verifiche a studente. I miei studenti sono in totale un centinaio. Moltiplicateli per il numero di verifiche.
Si, ma queste verifiche che fai tu sono solo interrogazioni! Non contano nelle ore a casa!
E qui ti sbagli. Perché oltre alle interrogazioni io chiedo:
- temi
- racconti
- recensioni di libri/film
- ricerche
- resoconti delle uscite didattiche
... tutte rigorosamente corrette a casa.
E c'è di più. Avete presente quello che dico a scuola (le "spiegazioni")? Gli argomenti (e le risposte in caso di possibili domande sui suddetti), le fotocopie, le domande dei compiti in classe?
Tutto preparato a casa, scritto da me.
Verifiche differenziate per alunni con DSA e BES? Seeeeempre a casa.
Ma il bello di tutto questo é che non solo non me ne lamento... anzi: mi piace, e ci godo. Tutta questa indigestione di lavoro é come il sushi all you can eat: ti sembra di esserti riempito, ma scopri di avere uno spazietto ancora non sfruttato in quell'angolo dello stomaco... fai un ruttino e voilà, puoi ordinare altro uramaki. E soprattutto, il giorno dopo ci vuoi tornare anche se ti sei sfondato come un maiale.
(Si, ultimamente sono diventato fan del sushi. Non affronto l'argomento se no ne esce fuori un romanzo)
Quindi che dire? Spero che continui così: le prospettive non sono rosee per quanto riguarda l'insegnamento in Italia, ma intanto voglio continuare a dare il massimo fino alla fine dell'anno scolastico. Poi ne parleremo.
Intanto, scusate, ma vado a comprare il manuale per prepararmi al concorso. Gli esami non finiscono mai, soprattutto per chi li prepara ogni giorno. Che delizioso contrappasso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
P.S. ah si, dimenticavo: nel frattempo mi sono sposato. Cose che succedono, se non ti stai attento.
venerdì 4 marzo 2016
mercoledì 3 dicembre 2014
"Quel che accade è una grande novità..."
Occhiali nuovi (un po' quadrati tipo hipster che fanno figo), look nel complesso peggiorato (faccia smagrita, pancetta che avanza, capelli che crescono senza ordine logico e fronte che continua ad ampliarsi a mo' di portaerei), sono cambiate un po' di cose negli ultimi mesi.
Più a livello mentale che da un punto di vista materiale, certo: ho studiato molto. Ho lasciato perdere tante cose che erano importanti, prima, e che viste adesso mi sembrano stupidaggini (tipo, le mille routine quotidiane che avevo in casa, che scandivano la mia giornata, che mi sembrava un delitto scardinare); altre, che lo erano davvero, sono pure state messe da parte, con tristezza (tipo i miei amici).
Di altre ho fatto la conoscenza: abilità che non credevo di avere, fisiche (come il riuscire a fare trazioni e flessioni ed altri esercizi con muscoli che non usavo forse dalle elementari) e intellettuali (come il riuscire a imparare tutta la storia europea dal 10.000 a.C a oggi); anche, addirittura, qualcosina di tecnico (un po' di CGI con After Effects, Blender e compagnia bella).
Ho pensato molto, ultimamente. Voi direte: che novità. Da un lato è vero: non faccio altro che pensare da qualche anno a questa parte. Ma pensato davvero al mio futuro, nel senso: a che persona voglio essere fra 10 anni, a dove voglio arrivare. Arrivare in sé è una parola grossa, mi accontenterei di muovermi verso quella direzione, ma comunque un obiettivo è tale se, almeno nella tua testa, è un punto fermo. Quindi va bene "arrivare". Ho preso delle decisioni, riguardo il mio corpo (basta vita sedentaria e cibo a caso, benvenuta palestra e dieta equilibrata) e riguardo la mia carriera di scrittore ed insegnante.
Ho dato l'anima per le prove di ammissione di questo TFA. Se sia servito a qualcosa non so, l'ho fatto perché credo ancora un pochino nel "sistema", ho ancora fiducia nelle istituzioni dello Stato e credo che se c'è una strada "legale" da percorrere, se uno si impegna riesce a percorrerla fino in fondo. Le prove le ho passate, adesso aspettiamo di vedere le graduatorie e poi chissà. Pagherò quei 2500 euro per avere il diritto di formarmi e diventare un buon insegnante. è ingiusto ma lo farò, perché voglio giocare secondo le regole.
Qualche giorno fa ho fatto la mia prima supplenza in assoluto, per due giorni, è stato devastante e meraviglioso. Mi sono sentito un bambino al luna park, era tutto come lo sognavo, cioè un porcile pieno di alcuni diamanti da pulire e portare alla luce: un mondo difficile, duro, con pochi risultati raramente duraturi, eppure in due giorni sono riuscito a farmi applaudire da una classe e ricevere quello che chiamerei "il" complimento da fare ad un insegnante (specialmente supplente): <<Prof, ma perché non resta con noi sempre?>>.
Stavolta non ho potuto. Ho preso la mia cartellina piena di libri inutili (portata per fare scena, perché se no come mi presentavo?) e sono andato via.
Stavolta.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Più a livello mentale che da un punto di vista materiale, certo: ho studiato molto. Ho lasciato perdere tante cose che erano importanti, prima, e che viste adesso mi sembrano stupidaggini (tipo, le mille routine quotidiane che avevo in casa, che scandivano la mia giornata, che mi sembrava un delitto scardinare); altre, che lo erano davvero, sono pure state messe da parte, con tristezza (tipo i miei amici).
Di altre ho fatto la conoscenza: abilità che non credevo di avere, fisiche (come il riuscire a fare trazioni e flessioni ed altri esercizi con muscoli che non usavo forse dalle elementari) e intellettuali (come il riuscire a imparare tutta la storia europea dal 10.000 a.C a oggi); anche, addirittura, qualcosina di tecnico (un po' di CGI con After Effects, Blender e compagnia bella).
Ho pensato molto, ultimamente. Voi direte: che novità. Da un lato è vero: non faccio altro che pensare da qualche anno a questa parte. Ma pensato davvero al mio futuro, nel senso: a che persona voglio essere fra 10 anni, a dove voglio arrivare. Arrivare in sé è una parola grossa, mi accontenterei di muovermi verso quella direzione, ma comunque un obiettivo è tale se, almeno nella tua testa, è un punto fermo. Quindi va bene "arrivare". Ho preso delle decisioni, riguardo il mio corpo (basta vita sedentaria e cibo a caso, benvenuta palestra e dieta equilibrata) e riguardo la mia carriera di scrittore ed insegnante.
Ho dato l'anima per le prove di ammissione di questo TFA. Se sia servito a qualcosa non so, l'ho fatto perché credo ancora un pochino nel "sistema", ho ancora fiducia nelle istituzioni dello Stato e credo che se c'è una strada "legale" da percorrere, se uno si impegna riesce a percorrerla fino in fondo. Le prove le ho passate, adesso aspettiamo di vedere le graduatorie e poi chissà. Pagherò quei 2500 euro per avere il diritto di formarmi e diventare un buon insegnante. è ingiusto ma lo farò, perché voglio giocare secondo le regole.
Qualche giorno fa ho fatto la mia prima supplenza in assoluto, per due giorni, è stato devastante e meraviglioso. Mi sono sentito un bambino al luna park, era tutto come lo sognavo, cioè un porcile pieno di alcuni diamanti da pulire e portare alla luce: un mondo difficile, duro, con pochi risultati raramente duraturi, eppure in due giorni sono riuscito a farmi applaudire da una classe e ricevere quello che chiamerei "il" complimento da fare ad un insegnante (specialmente supplente): <<Prof, ma perché non resta con noi sempre?>>.
Stavolta non ho potuto. Ho preso la mia cartellina piena di libri inutili (portata per fare scena, perché se no come mi presentavo?) e sono andato via.
Stavolta.
Alla prossima
Grillo Sognatore
mercoledì 10 settembre 2014
Appartenenza
Qualche giorno fa mi sono stupito di una constatazione molto semplice (del resto, solo le cose molto semplici sono capaci di stupirci: quasi che non ci rendessimo conto della fragile barriera che ci separava da loro).
Stavo lavorando in campagna con mio zio, potavamo gli ulivi. Ad un certo punto ero abbastanza alienato da quello che stavo facendo da permettere alla mia mente di vagare qua e là in percorsi casuali. Mi è venuta in mente una canzone, ma io stesso non la riconoscevo; sono andato avanti a fischiettarla tutta la mattina e mi andava bene così, non ci stavo a pensare troppo.
Poi, mentre stavo scaricando una fascina di rami potati nel mucchio che di lì a poco avremmo bruciato, mi è venuto da ripercorrere la storia di questa canzone, o per essere più precisi la storia di come l'avevo conosciuta, odiata e poi apprezzata.
In breve: una certa persona me l'aveva fatta ascoltare; lì per lì non mi aveva fatto impazzire, ma mi piaciucchiava. Poi ho avuto delle divergenze con questa persona, e il fatto che la canticchiasse abbastanza spesso mi aveva fatto venire in odio la canzone. Per alcuni anni, ogni volta che la sentivo accennare o che ne sentivo parlare (è di un pezzo storico del rock, per cui ogni tanto vuoi o non vuoi lo senti da qualche parte) la associavo alla persona e tac! Partiva il riflusso gastrico.
Poi un giorno, senza sapere niente di tutta questa storia, la mia ragazza la fischietta mentre siamo insieme. Istintivamente mi viene da raccontarle la storia. Lei, sapientemente, fa l'unica cosa sensata: ci ride su, scuote la testa e sbuffa.
Ebbene, in quel momento non lo sapevo ancora, ma con quella risata lei aveva "liberato" la canzone dalle influenze passate, l'aveva fatta più sua ai miei occhi, e da allora non ho più problemi a cantarla, fischiettarla, eccetera.
Di tutto questo mi sono reso conto posando la fascina di rami d'ulivo. Una piccola epifania che mi ha fatto riflettere sul concetto di appartenenza: cioé, molto spesso si insiste sull'appartenenza del singolo a qualcosa come un gruppo religioso, un'etnia, una cultura eccetera. Tutte cose molto vere, certo. Però in ultima analisi sono teorie che fanno sembrare gli oggetti (anche immateriali come una canzone) come qualcosa che interagisce con noi solo in quanto parte di un sistema ampio, per esempio "il rock degli anni '80" o "canzoni dedicate a eventi storici", e che quindi ci interessano in quanto tali (portatori di informazioni, direbbero i teorici). Ma non dobbiamo dimenticarci che le cose, a un livello più piccolo, quotidiano, appartengono innanzitutto a noi e alle persone che ci circondano, e si caricano di affetto, repulsione, diffidenza, interesse, nella stessa misura di quelli a cui appartengono. Così quel paio di ciabatte in più che tieni in casa è il simbolo di una promessa di ritorno, di ritrovi mattutini, di colazioni e sbadigli con qualcuno a cui tieni e che speri di rivedere più spesso possibile; e una canzone che prima odiavi ti rallegra la giornata perché quella persona la fischietta, perché appartiene a lei, e con lei appartiene alle cose belle a cui non vuoi più rinunciare.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Stavo lavorando in campagna con mio zio, potavamo gli ulivi. Ad un certo punto ero abbastanza alienato da quello che stavo facendo da permettere alla mia mente di vagare qua e là in percorsi casuali. Mi è venuta in mente una canzone, ma io stesso non la riconoscevo; sono andato avanti a fischiettarla tutta la mattina e mi andava bene così, non ci stavo a pensare troppo.
Poi, mentre stavo scaricando una fascina di rami potati nel mucchio che di lì a poco avremmo bruciato, mi è venuto da ripercorrere la storia di questa canzone, o per essere più precisi la storia di come l'avevo conosciuta, odiata e poi apprezzata.
In breve: una certa persona me l'aveva fatta ascoltare; lì per lì non mi aveva fatto impazzire, ma mi piaciucchiava. Poi ho avuto delle divergenze con questa persona, e il fatto che la canticchiasse abbastanza spesso mi aveva fatto venire in odio la canzone. Per alcuni anni, ogni volta che la sentivo accennare o che ne sentivo parlare (è di un pezzo storico del rock, per cui ogni tanto vuoi o non vuoi lo senti da qualche parte) la associavo alla persona e tac! Partiva il riflusso gastrico.
Poi un giorno, senza sapere niente di tutta questa storia, la mia ragazza la fischietta mentre siamo insieme. Istintivamente mi viene da raccontarle la storia. Lei, sapientemente, fa l'unica cosa sensata: ci ride su, scuote la testa e sbuffa.
Ebbene, in quel momento non lo sapevo ancora, ma con quella risata lei aveva "liberato" la canzone dalle influenze passate, l'aveva fatta più sua ai miei occhi, e da allora non ho più problemi a cantarla, fischiettarla, eccetera.
Di tutto questo mi sono reso conto posando la fascina di rami d'ulivo. Una piccola epifania che mi ha fatto riflettere sul concetto di appartenenza: cioé, molto spesso si insiste sull'appartenenza del singolo a qualcosa come un gruppo religioso, un'etnia, una cultura eccetera. Tutte cose molto vere, certo. Però in ultima analisi sono teorie che fanno sembrare gli oggetti (anche immateriali come una canzone) come qualcosa che interagisce con noi solo in quanto parte di un sistema ampio, per esempio "il rock degli anni '80" o "canzoni dedicate a eventi storici", e che quindi ci interessano in quanto tali (portatori di informazioni, direbbero i teorici). Ma non dobbiamo dimenticarci che le cose, a un livello più piccolo, quotidiano, appartengono innanzitutto a noi e alle persone che ci circondano, e si caricano di affetto, repulsione, diffidenza, interesse, nella stessa misura di quelli a cui appartengono. Così quel paio di ciabatte in più che tieni in casa è il simbolo di una promessa di ritorno, di ritrovi mattutini, di colazioni e sbadigli con qualcuno a cui tieni e che speri di rivedere più spesso possibile; e una canzone che prima odiavi ti rallegra la giornata perché quella persona la fischietta, perché appartiene a lei, e con lei appartiene alle cose belle a cui non vuoi più rinunciare.
Alla prossima
Grillo Sognatore
sabato 5 luglio 2014
Appunto personale
Non ho mai preteso di poter scegliere tra dilettare e insegnare: l’unico vero insegnamento che si può trarre dalla vita è quello nel divertimento. Non impariamo mai quando siamo costretti, ma solo quando proviamo amore, passione, per un’idea, fatto o atto che (prescindendo dai motivi) ci interessa.
Tutto il resto si perde nel colabrodo della ragione o della vita pratica: ma in definitiva quello che tratteniamo ci serve o ci interessa. E quello che usiamo perchè costretti siamo lieti di scaricarcelo dal groppone prima o poi - meglio prima che poi -; mentre ciò che per un guizzo di genialità, o naturale inclinazione, o vissuto personale, o per nessun motivo razionalmente spiegabile, ci attrae, ecco, quello rimane nella nostra testa; si intrufola nei nostri pensieri, senza accorgercene ci influenza, ci fa citare questo o quell’altro (ce lo fa cioè riconoscere come maestro), entra a far parte della nostra vita.
Il dilemma tra autore che diverte e autore che insegna non esiste: esistono autori che sanno insegnare bene e autori che invece sono pessimi insegnanti. Il resto sono chiacchiere da caffé letterario, statistiche di vendita e accumuli di recensioni, che presto o tardi finiscono nel macero. Quello che si salva è il sussurro che rimane nella testa di chi legge dopo qualche anno, dopo decenni, dopo una vita, e che si prova a trasmettere a figli e nipoti dando loro in pasto la propria biblioteca, nell’età in cui, affamati di vita, sono in cerca di insegnanti anche se non lo vogliono. Questo - il circolo virtuoso della buona letteratura - andrebbe coltivato, nei fatti prima che negli scritti; e poi fatto filtrare in quello che uno dà alle stampe, che - si spera - dovrebbe contenere il meglio di sé.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Tutto il resto si perde nel colabrodo della ragione o della vita pratica: ma in definitiva quello che tratteniamo ci serve o ci interessa. E quello che usiamo perchè costretti siamo lieti di scaricarcelo dal groppone prima o poi - meglio prima che poi -; mentre ciò che per un guizzo di genialità, o naturale inclinazione, o vissuto personale, o per nessun motivo razionalmente spiegabile, ci attrae, ecco, quello rimane nella nostra testa; si intrufola nei nostri pensieri, senza accorgercene ci influenza, ci fa citare questo o quell’altro (ce lo fa cioè riconoscere come maestro), entra a far parte della nostra vita.
Il dilemma tra autore che diverte e autore che insegna non esiste: esistono autori che sanno insegnare bene e autori che invece sono pessimi insegnanti. Il resto sono chiacchiere da caffé letterario, statistiche di vendita e accumuli di recensioni, che presto o tardi finiscono nel macero. Quello che si salva è il sussurro che rimane nella testa di chi legge dopo qualche anno, dopo decenni, dopo una vita, e che si prova a trasmettere a figli e nipoti dando loro in pasto la propria biblioteca, nell’età in cui, affamati di vita, sono in cerca di insegnanti anche se non lo vogliono. Questo - il circolo virtuoso della buona letteratura - andrebbe coltivato, nei fatti prima che negli scritti; e poi fatto filtrare in quello che uno dà alle stampe, che - si spera - dovrebbe contenere il meglio di sé.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 27 giugno 2014
Ghost track
Tutte le storie meritano di cominciare così, nascoste, un tesoro da scoprire.
Una traccia nascosta che bisogna impegnarsi a trovare, per gustare almeno in parte la fatica dello scrittore.
Vorrei che non ci fosse bisogno di venire allo scoperto, che siano i lettori ad andare a caccia della loro prossima storia, che fiutassero le piste disseminate qua e là dagli autori.
Vorrei che ci fosse passione nel cercare la propria storia. A me succede spesso, quasi sempre, soprattutto quando ne ho appena finita una. Soprattutto se è stata particolarmente bella. Mi sento una tigre che ha appena finito di gustare la sua ultima preda, il muso ancora sporco di sangue, l’olfatto acuto come non mai, i baffi tesi a captare nell’aria il movimento della prossima gazzella.
Tutte le storie hanno il diritto di sentirsi cercate così, bramate, desiderate come la donna che non hai ancora incontrato e già ti eccita, ti stuzzica le voglie, ti rende famelico.
In fondo, tutti noi siamo affamati di storie. Solo che di solito siamo circondati da maître e sommelier ansiosi di farci assaggiare le loro ultime delizie, i loro manicaretti più prelibati, serviti con contorni fantasiosi e sgargianti. Un tripudio di salse, aromi, croste, brodi, stuzzichini, che accompagnano anche il più scialbo bollito o l’arrosto più scadente. Suonano alla nostra porta, ci chiamano al balcone, tirano sassolini alle finestre orde di cuochi che ci aspettano sotto casa per infilarci cucchiaiate di questo e forchettate di quello, che ci aprono la bocca a forza anche siamo già sazi, ci sfiniscono con una sfilza di portate una più grandiosa dell’altra. Tanto che il nostro istinto animale si sta, poco a poco, placando, anestetizzato dall’abbondanza e dalla prodigalità dei nostri carcerieri. L’homo lector è sempre più una specie addomesticata e sempre meno la belva assetata d’inchiostro che per natura è portata ad essere.
Io ho bisogno di storie nascoste e lettori capaci di stanarle, che non sappiano in anticipo cosa troveranno quando aprono il mio libro, che non sappiano nemmeno chi sono io prima di leggerlo. Non ho bisogno di attenzione, di pubblicità, ma di desiderio e paura.
Anche il predatore più temibile sente la paura, nello specifico una paura in particolare: quella che la propria preda scappi via, quella di restare a bocca asciutta, o peggio, quella di restare deluso dal sapore della preda tanto attentamente cacciata. E la preda lo sa, si nega e si concede, si lascia avvicinare e poi scarta di lato, fa crescere nel cacciatore l’acquolina e quello, senza saperlo, si trova a sognare sempre più il sapore fresco delle carni appena addentate, la morbidezza del pelo che sfugge tra i denti, la cartilagine tenera da spezzare.
Così vorrei giocare io con i lettori. Così vorrei lasciarmi prendere un po’ alla volta, senza fretta, tenendoli sulla corda, ammanettandoli al letto, sussurrando loro parole piccanti senza dare nemmeno l’ombra di una soddisfazione. Tenerli in balia del loro più grande terrore, quello della delusione. E poi, finalmente, lasciare che diano un morso succoso al centro della materia, che si inebrino del nettare del discorso, che restino appagati, sfiniti, come ubriachi per la prima volta.
19 giugno 2014
Alla prossima
Grillo Sognatore
Etichette:
L'angolo delle Muse
Ubicazione:
Bologna, Italia
giovedì 19 giugno 2014
Un centro di gravità
Ogni tanto torno a questo blog, a questo punto che mi attrae, periodicamente, come un appuntamento con me stesso.
Non è che abbia qualcosa di speciale: è che piuttosto è diventato, con il passare degli anni, un'isola in cui, in dieci minuti, mi lascio andare a pensieri di varia natura.
Un pezzo della mia umanità, insomma.
Per un po' ho cercato di controllarlo, di imbrigliarlo, di categorizzarlo, di inserirlo in un progetto più ampio, ma da qualche mese a questa parte sto accettando il fatto che forse è giusto che vada alla deriva, che continui nella sua direzione erratica e casuale, trascinato dalle vicende della mia vita, dalle mie evoluzioni mentali, culturali, affettive.
Un pezzo di me in qualche modo più autentico rispetto alle cose che scrivo "perché devo", o perché sottoposte al controllo periodico del tempo. Un centro di gravità, sicuramente, forse non permanente ma di sicuro abbastanza duraturo da farmi sentire a "casa".
Alla prossima
Grillo Sognatore
Non è che abbia qualcosa di speciale: è che piuttosto è diventato, con il passare degli anni, un'isola in cui, in dieci minuti, mi lascio andare a pensieri di varia natura.
Un pezzo della mia umanità, insomma.
Per un po' ho cercato di controllarlo, di imbrigliarlo, di categorizzarlo, di inserirlo in un progetto più ampio, ma da qualche mese a questa parte sto accettando il fatto che forse è giusto che vada alla deriva, che continui nella sua direzione erratica e casuale, trascinato dalle vicende della mia vita, dalle mie evoluzioni mentali, culturali, affettive.
Un pezzo di me in qualche modo più autentico rispetto alle cose che scrivo "perché devo", o perché sottoposte al controllo periodico del tempo. Un centro di gravità, sicuramente, forse non permanente ma di sicuro abbastanza duraturo da farmi sentire a "casa".
Alla prossima
Grillo Sognatore
mercoledì 30 aprile 2014
In trappola
[N.b. Questo post non ha un gran filo logico. Va letto come un puro sfogo, una pagina di diario in senso stretto. Ogni tanto fa bene anche andare a briglie sciolte]
Se c'è una sensazione che non ho mai sopportato, è quella di sentirsi in trappola.
La trovo più fastidiosa, più insidiosa e dolorosa della paura, dell'angoscia, della tristezza.
Poi arriva un momento in cui ti senti così inutile, ma così inutile, che ti metti a fare la cosa più inutile di tutte: scrivere. E allora d'improvviso ti sembra di stare risolvendo il problema più difficile del mondo, quello della mancanza di senso. Quindi continui a scrivere, e continui ad oltranza; ad un certo punto ti sembra di stare dicendo troppo, ma tu continui lo stesso, quasi pressato da un'urgenza di trovare il fondo del discorso che stai facendo, sapendo bene che il fondo non c'è, che puoi continuare a scavare all'infinito, e quando sarai stanco di spalare gratterai il terreno con le mani, e quando anche le mani saranno stanche lo scaverai con gli occhi e con l'immaginazione, immaginando di andare più a fondo, di scoprire cosa c'è ancora.
Arrivi ad un punto in cui ti sembra che stiano per finire le parole, ma quelle continuano ad arrivare senza sosta, frase dopo frase e paragrafo dopo paragrafo. Poi, quando sei stanco, esausto, quasi avessi fatto una lunga marcia nel deserto, posi la penna, senza smettere di pensare a quello che avresti voluto dire ancora. Ti prendi una necessaria pausa, con la paura in sottofondo di non riuscire più a riprendere. Come se da quel lavoro, da quello scrivere, dipendessero le sorti del mondo, o perlomeno le tue.
Questa è una parte del piacere della scrittura: rinascere dalla disperazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Se c'è una sensazione che non ho mai sopportato, è quella di sentirsi in trappola.
La trovo più fastidiosa, più insidiosa e dolorosa della paura, dell'angoscia, della tristezza.
Poi arriva un momento in cui ti senti così inutile, ma così inutile, che ti metti a fare la cosa più inutile di tutte: scrivere. E allora d'improvviso ti sembra di stare risolvendo il problema più difficile del mondo, quello della mancanza di senso. Quindi continui a scrivere, e continui ad oltranza; ad un certo punto ti sembra di stare dicendo troppo, ma tu continui lo stesso, quasi pressato da un'urgenza di trovare il fondo del discorso che stai facendo, sapendo bene che il fondo non c'è, che puoi continuare a scavare all'infinito, e quando sarai stanco di spalare gratterai il terreno con le mani, e quando anche le mani saranno stanche lo scaverai con gli occhi e con l'immaginazione, immaginando di andare più a fondo, di scoprire cosa c'è ancora.
Arrivi ad un punto in cui ti sembra che stiano per finire le parole, ma quelle continuano ad arrivare senza sosta, frase dopo frase e paragrafo dopo paragrafo. Poi, quando sei stanco, esausto, quasi avessi fatto una lunga marcia nel deserto, posi la penna, senza smettere di pensare a quello che avresti voluto dire ancora. Ti prendi una necessaria pausa, con la paura in sottofondo di non riuscire più a riprendere. Come se da quel lavoro, da quello scrivere, dipendessero le sorti del mondo, o perlomeno le tue.
Questa è una parte del piacere della scrittura: rinascere dalla disperazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
martedì 4 marzo 2014
"Cultura"
Più leggo, più capisco che la cultura è qualcosa di intimo. Un "fatto" che ha sede nella mia coscienza. Certo, ha delle radici nella società, nella religione, nella mia generazione, ma non la si può ricondurre a questo, e nemmeno ad un'appartenenza territoriale.
Un libro ha il potere di rendermi fratello di molti che non parlano la mia stessa lingua né professano la mia religione, gente che ha un pensiero politico completamente diverso dal mio, più ricca o più povera di me.
E questo mi fa pensare che, se basta così poco per attraversare barriere che di solito scatenano guerre, beh, allora queste guerre semplicemente non hanno senso.
Molto semplicistico, se volete. Di sicuro è un pensiero che non tiene conto della complessità geopolitica dei conflitti, di tutte le questioni spesso materiali che ci stanno dietro, ma non riesco a togliermi dalla testa che tutta la storia dei conflitti culturali sia una grossa, grossa menzogna alla quale continuiamo a credere perché è confortante, una comoda panacea grazie alla quale possiamo evitare di concentrarci sulle vere cause dei conflitti.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Un libro ha il potere di rendermi fratello di molti che non parlano la mia stessa lingua né professano la mia religione, gente che ha un pensiero politico completamente diverso dal mio, più ricca o più povera di me.
E questo mi fa pensare che, se basta così poco per attraversare barriere che di solito scatenano guerre, beh, allora queste guerre semplicemente non hanno senso.
Molto semplicistico, se volete. Di sicuro è un pensiero che non tiene conto della complessità geopolitica dei conflitti, di tutte le questioni spesso materiali che ci stanno dietro, ma non riesco a togliermi dalla testa che tutta la storia dei conflitti culturali sia una grossa, grossa menzogna alla quale continuiamo a credere perché è confortante, una comoda panacea grazie alla quale possiamo evitare di concentrarci sulle vere cause dei conflitti.
Prendiamo per esempio questa storia dell'identità: un enorme "mostro culturale" creato da secoli di riflessioni che ci impediscono ormai di vedere la questione al suo nocciolo.
Il nocciolo della questione è: ad un certo punto alcuni (non tutti!) popoli della Terra hanno smesso di condurre una vita nomade e si sono stabiliti. Nasce il concetto di "territorio", come qualcosa da difendere e conservare. All'inizio sono questioni pratiche, concrete: bestie selvatiche da cacciare, altri gruppi umani che si vogliono impadronire di risorse preziose, indispensabili alla vita, come sorgenti d'acqua e/o terre fertili, scorte di cibo, etc. Passano i secoli e questa "appartenenza" della popolazione al territorio si sublima sempre più, fino a perdere di vista l'utilità pratica che aveva: al territorio si associa una cultura, creata dall'unione di un gruppo umano (imparentato in qualche maniera, anche alla lontana) con le sue pratiche "specifiche", anch'esse nate dall'abitudine o dall'ambiente (per esempio, se vivo nella tundra, imparo a vestirmi di pelli di foca; se vivo alle Hawaii, sono mezzo nudo e porto un gonnellino di foglie di banano). La cultura "materiale" (cibo, vestiti, manufatti) si intreccia con il culto dei morti, con le credenze sull'aldilà e sul senso della vita, e diventa un tutt'uno con il luogo e con il "popolo" che lo abita, creando la famigerata "identità".
Ovvero: "io sono (in parte) anche quello che la storia del mio territorio e delle persone che lo abitano vogliono che io sia".
Ora, tutto questo è molto bello. Significa che ci distinguiamo (un po') dalle scimmie, che ci siamo "evoluti", etc etc. Tutto molto molto bello. Non scherzo, perché mi piace davvero questa roba, altrimenti non ne avrei fatto l'oggetto del mio studio.
Però poi arriva il bello. Queste (perdonate se prendo in prestito un termine dal marxismo ma è molto comodo in questo caso) "sovrastrutture", molto carine se esaminate in sé stesse, come opere d'arte create dall'ingegno e dalla fantasia umana, a un certo punto diventano strumento di potere. Diventano utili a creare/fomentare conflitti di vario genere, come quello tra classi sociali, tra etnie/razze, tra popolazioni anche appartenenti allo stesso background culturale. Un caso tra tutti, Italiani del nord e del sud che se la litigano a suon di stereotipi. Oppure gli italiani in generale che se la prendono con "gli immigrati", facendo rientrare in questa definizione di tutto di più, senza distinzioni. O, per parlare di un caso più specifico, tutte le resistenze alla creazione di uno stato laico senza eccezioni per tutti.
Questo argomento mi fa molto sorridere. Si tende ad evitare il confronto sulla base della "identità nazionale" di un certo Paese. Con questo argomento si dice: "siccome la storia di questo Paese ha fatto si che la maggior parte dei suoi abitanti si consideri legata ad una professione di fede, allora anche i luoghi pubblici devono essere marchiati con simboli che la richiamano". Qualunque tentativo di sradicare quest'abitudine per richiamare al fatto che uno Stato è una "cosa comune", diversa dalla casa di un privato (in cui giustamente vale la regola "è casa mia, se voglio posso dipingerla anche di rosa a pois marroni, se non ti sta bene non ci entrare"), fa scattare un campanello di "allarme tentata invasione". Ma invasione di che?
<<Di [quel tale gruppo religioso] che vuole venirci a insegnare a noi come si deve fare nel nostro Paese>>.
Uhm. E in che senso "loro" avrebbero torto?
<<Beh, perché "noi" ci siamo fatti le "nostre" regole (per stratificazione storica e "culturale") e a noi vanno bene così, perché "loro" ora dovrebbero cambiarcele?>>
Capite cosa voglio dire? Quello che non accetto è l'uso politico della cultura. E per politica non intendo quella fatta in Parlamento o nei vari luoghi della democrazia. Ma proprio dalle persone.
"Cultura" ha la sua radice nel verbo "coltivare", far crescere. Si riferisce a qualcosa che germina e cresce nella coscienza del singolo. La comunità è importante, certo: è il posto in cui la cultura di ognuno si incontra e si mescola con quella dell'altro per far sprizzare la scintilla della vita sociale. Non avrebbe senso altrimenti.
I recinti che ci costruiamo intorno, le frontiere, non fanno altro che castrare questo desiderio dell'uomo di espandere la propria coscienza, anche attraverso lo "scontro" con l'altro. L'uso politico della cultura ci obbliga a stare nei confini di una "geografia mentale" di un mondo che non abbiamo disegnato noi, e che nonostante questo ci obbliga a seguirne le orme, senza darci la possibilità di emanciparci.
Comunque in tutto questo non vedo una soluzione, se non il fatto che ciascuno (dei 7 miliardi di umani) si renda conto di questo e modifichi il proprio modo di agire di conseguenza. Il fatto che solo poche persone siano in grado di farlo, perché nate e vissute in un contesto che glielo ha permesso - famiglia borghese, genitori responsabili, istruzione decente e garantita fino al livello universitario, libertà di stampa e opinione - non aiuta, al massimo crea una "avanguardia" percepita come "lontana" da chi non ne fa parte. Così, un altro recinto nasce, un altro confine, meno visibile ma non meno potente, si crea tra "intellettuali" e "incolti". Due popoli con la loro cultura, la loro identità, il loro orgoglio di parte, la loro diffidenza ad incontrarsi. E niente cambia.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 24 gennaio 2014
Si scrive, si gioca.
Ogni
volta che la mia mano si posa su un foglio, che sia di carta o
virtuale, con la mente smetto di essere me stesso, e nello stesso
tempo lo sono davvero. Smetto di essere “quello che dovrei essere”,
quello a cui dovrei preoccuparmi di assomigliare, e divento – o
ritorno – la semplice persona che sono: una persona fatta di sogni,
di idee, di fantasia.
La mia
essenza è quella del viaggiatore di mondi: mondi inventati o reali,
alcuni esistiti solo nella mia mente, altri già abbozzati o
esplorati, altri ancora che fanno parte di un immaginario collettivo,
di archetipi dai quali, come in un pozzo senza fine, poter attingere
l'acqua della vita. Una vita fittizia forse, ma pur sempre
palpitante. Perché il libro – la letteratura, direbbe il prof
dentro di me – non smette mai di vivere. È un simbionte che si
attacca a chi lo riceve, al lettore, e da lui riceve sempre nuova
energia per scrollarsi di dosso la polvere e resuscitare. A prima
vista lo si direbbe un insieme di fogli e parole fissate per sempre
in modo statico, una statua praticamente. Non c'è nulla di più
sclerotizzato, di più mummificato. Il discorso orale, quello si che
è la vera vita. Ma verba volant, scripta manent, e così il
discorso orale – pur se davvero “vivo” nel senso stretto del
termine, pieno di inflessioni, tic, sbagli, sottintesi, gesti – si
perde nel vento, ne resta, dopo pochi secondi, solo l'eco che il
cervello altrui ha registrato. Un riflesso che sbiadisce dopo poco,
del quale si perdono i lineamenti, che lascia solo la traccia
dell'essenziale (più spesso dell'inessenziale). La parola parlata si
presta solo alla falsificazione, alla manipolazione. La traccia
scritta, invece, resta e si presta all'operazione più multiforme di
tutte: al gioco.
Scrivere,
infatti, presuppone un dato che tutti sembrano dimenticare, che solo
ai grandi scrittori è dato tenere sempre a mente: che con la
scrittura si gioca. Spesso è un gioco in cui ci si fa male, a volte
è addirittura mortale, ma resta sempre e comunque un gioco. La
scrittura non è essenziale al mondo: lo sappiamo benissimo. Chi
crede sia indispensabile alla vita gioca a sua volta a fare il serio,
ma si rende benissimo conto che al di là del foglio c'è solo aria.
Solo, fa finta che i suoi castelli, fatti con quei stessi fogli,
siano costruiti su basi di cemento e acciaio come i veri palazzi. È
solo un altro costruttore disonesto come ce ne sono tanti in giro,
spaccia condomini fatti con sabbia e calce come se fossero
antisismici. Ma chi è furbo lo sa, che la letteratura di per sé non
vale niente. Si vive anche senza: è per questo che l'unico modo per
tenerla viva è giocarci, sapendo che a conti fatti le colonne del
dare e avere con la vita sono sempre a zero, ma con un po' di finanza
creativa, giocando con i numeri immaginari, con quelli irrazionali e
sfuggendo alla tirannia di Euclide si può fare finta di essere
ricchi, arrivando perfino a ingannare la Borsa, facendosi quotare
giorno per giorno in su o in giù, seguendo il capriccio del cuore
umano, più instabile dell'indice più ballerino.
Alla prossima
Grillo Sognatore
sabato 9 novembre 2013
Quotazioni incerte
Quotazioni incerte
A certe cose bisogna fare il callo.
Si ha un bel da fare a tenere alta l’asticella
degli ideali. Quando manca il pane
c’è poco oltre la polvere da mangiare. E se salta
una rata di quel mutuo che gli abbiamo concesso
- quel prestito d’amore lealtà fiducia fierezza -
abbiamo solo una scelta: ridurre l’eroe in aula
che trovi il modo se può di difendersi o crolli
nel fango riverso; o resistere, accordargli
una dilazione, rimpinzarlo di attenuanti e puntellare
il piedistallo che regge la sua effigie.
Il cuore è esoso. Esige interessi che uno strozzino
arrossirebbe a proporre. Macina sentimenti
come la Borsa le sue azioni. Conosce fluttuazioni
più ripide di un indice ballerino. E non ammette rimborsi.
15/10/2013
Sapevo che sarei tornato a scrivere. Lo sapevo con certezza assoluta. Questa poesia è datata 15 ottobre ma l'ho riscritta ora... ne sentivo troppo la mancanza. Nei prossimi giorni ripesco qualcosa dal cassetto, vedrete.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 8 novembre 2013
Voglia di scrivere 2.0
Niente, non ce la faccio proprio, non riesco a dedicarmi proprio a niente ultimamente.
Da un lato mi dico che dovrei serenamente accettare questa situazione, farmene una ragione e smettere di avere velleità da blogger; dall'altro invece credo che riuscirò seriamente a impegnarmi, a breve.
Lo so perché mi sta succedendo quello che mi succede ogni volta che mi ronza in testa un'idea da troppo tempo e comincia a premere, a premere e premere per realizzarsi. Posso ignorarla per un po', ma alla fine trova da sola il modo di "esistere": semplicemente, anche se mi metto a fare altro, dopo un po' diventa il pensiero dominante, al punto da sovrastare quello che dovrei fare nella giornata.
Perciò no, non abbandono il blog, anzi sono sicuro che a breve tornerò a scrivere.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Da un lato mi dico che dovrei serenamente accettare questa situazione, farmene una ragione e smettere di avere velleità da blogger; dall'altro invece credo che riuscirò seriamente a impegnarmi, a breve.
Lo so perché mi sta succedendo quello che mi succede ogni volta che mi ronza in testa un'idea da troppo tempo e comincia a premere, a premere e premere per realizzarsi. Posso ignorarla per un po', ma alla fine trova da sola il modo di "esistere": semplicemente, anche se mi metto a fare altro, dopo un po' diventa il pensiero dominante, al punto da sovrastare quello che dovrei fare nella giornata.
Perciò no, non abbandono il blog, anzi sono sicuro che a breve tornerò a scrivere.
Alla prossima
Grillo Sognatore
mercoledì 2 ottobre 2013
Break point - Punto di rottura
Punto di rottura in tutti i sensi. Da un po' volevo dare una scossa alla mia vita... ed ora sto cercando attivamente un lavoro.
Ne ho trovato uno così così, l'ho lasciato dopo un mesetto, ora ne sto provando un altro... e ovviamente la mia vita virtuale si è ridotta molto a beneficio di quella "fisica". Ragion per cui il progetto Book of the week ha subito una brutta battuta d'arresto.
D'altra parte però ho ripreso a leggere davvero :) e questo non potrà che fare del bene al progetto, che infatti riprenderò dalla settimana prossima, per non fermarlo più, promesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Ne ho trovato uno così così, l'ho lasciato dopo un mesetto, ora ne sto provando un altro... e ovviamente la mia vita virtuale si è ridotta molto a beneficio di quella "fisica". Ragion per cui il progetto Book of the week ha subito una brutta battuta d'arresto.
D'altra parte però ho ripreso a leggere davvero :) e questo non potrà che fare del bene al progetto, che infatti riprenderò dalla settimana prossima, per non fermarlo più, promesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
martedì 7 maggio 2013
Book of the week 3 - Il mito colpisce ancora.
Devo scusarmi con voi per aver tradito le consegne così presto (al terzo appuntamento addirittura): mi è capitato tra le mani uno stage, sto mettendo in scena uno spettacolino nuovo, ho fatto la comparsa in un cortometraggio e ho intrapreso una piccola attività di co-sceneggiatura, insomma non sono stato fermo.
Sir Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville
Non ricordo assolutamente dove o come l'ho trovato, ma sicuramente è uno dei tanti presi in una bancarella/libreria dell'usato. Copertina gialla, classica. Niente di che. Ma quello che preferisco di questo libro è la carta, quella carta giallognola e porosa da quattro soldi, che mi fa tornare all'adolescenza. Niente a che vedere con i bei libri rilegati, o con quelli che fanno finta di esserlo. Questo è un libraccio da poter stropicciare, e non ne fa mistero. Per questo mi piace. Abbasso le ipocrisie tipografiche.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Fortunatamente sono tornato e approfittando di qualche giorno di maggiore libertà potrò recuperare il tempo perduto e anche portarmi avanti... anche perché nel frattempo la mia libreria si è arricchita di altri due titoli... Ma vi lascio senza ulteriori indugi alla recensione.
Sir Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville
Bla bla bla, chiacchiere su quant'è bellissimissimo Sherlock Holmes, blablabla. Le ho già fatte l'altra volta e non ci torno sopra. Sherlock grande investigatore della mente umana, no tecnologia, solo cervello, eccetera eccetera.
Quando ho letto Uno studio in rosso l'ho divorato e assimilato in due-tre giorni, e l'ho amato; mentre ho amato un po' meno, sinceramente, Il mastino dei Baskerville, che ho digerito in poco meno di un mese. Ha il difetto, che per alcuni in realtà è un pregio, un po' "christiano" (nel senso di "alla Agatha Christie") di mettere in scena tutti i possibili colpevoli all'inizio, e tra questi, volendo, con un po' di sforzo, si capisce subito qual è quello vero e quali invece sono le "esche letterarie". Questo non toglie ovviamente che ci si diverta tanto, soprattutto nel vedere il povero Watson sballottato come al solito tra le false piste, pedina anche lui (come l'assassino) del gioco paziente e serrato dell'investigatore. In questo romanzo il gioco tra i due è davvero gustoso, con lui "promosso sul campo" per finta che poi "smaschera" Sherlock. Il lettore ci arriva un po' prima di lui, ma questo, semmai, invece di rendere il gioco meno interessante, lo attizza perché si aspetta il momento dello sgamo. Delude invece un po' l'affermazione secondo cui ci si trovi di fronte al "più scaltro e astuto dei nostri nemici". Macché, Arthur... questo qui è un ominicchio, un quaqquaraqquà… ma fammi il piacere... hai saputo inventare di molto meglio. Mettere in bocca quella frase a una mente così geniale è una svalutazione imperdonabile.
Comunque, diamo a Cesare quel che è di Cesare: mi ha divertito parecchio. Me l'aspettavo un po' migliore, ma mi ha regalato comunque qualche piacevole oretta tra un impegno e l'altro. Ora mi rituffo in altre percorsi romanzeschi, lascio stare Conan Doyle per un po', perché mi sta montando l'impazienza di vedere nuovi episodi di Sherlock (la serie TV) e se continuo a leggere 'sti romanzi mi diventerà un'ossessione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
martedì 2 aprile 2013
Book of the week 2 - Nascita di un mito
Sir Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso
L'offerta l'ho lasciata generosa, per ricompensare la fortuna. Vedi mai dovesse farmi un'altra visitina.
Da quando, l'anno scorso, ho scoperto la serie Sherlock, mi sono re-innamorato di questo personaggio. Si, il film di Guy Ritchie mi era piaciuto, ma non mi aveva fatto venire voglia di rileggere i romanzi di Conan Doyle, forse proprio perchè la storia era inventata di sana pianta. Quella serie, invece, mi ha riattizzato una fiamma mai spenta. Risale agli anni '90 il mio primo incontro con l'affabile narrazione di Watson, quando mi regalarono i racconti. Non avevo però mai letto un romanzo, e finalmente ora ho potuto gustarlo.
Dal punto di vista stilistico, non c'è da dire granchè: narrazione ancora un po' ottocentesca, con un bel paio di digressioni sul moralistico, tendenza a spiegare anche troppo, e anche (lo dico con una punta di amarezza) deduzioni un po' più banali di quelle che mi ricordavo. Insomma, sono stato un po' troppo viziato dalla serie, con tutti quei momenti al rallentatore, i focus, le sovrimpressioni, gli effetti speciali di ogni tipo mi ero dimenticato di quanto in realtà Holmes fosse flemmatico, riflessivo, e soprattutto a-tecnologico.
Però andando avanti è stato proprio quello che mi ha fatto re-innamorare del personaggio, che mi ha fatto superare la delusione iniziale e mi ha spinto ad andare alla fine del romanzo. Perché il suo potere è la mente, una mente che non si lascia distrarre nemmeno dalla teoria copernicana («Lei mi dice che giriamo intorno al sole. Ma anche se girassimo intorno alla luna che differenza ci sarebbe per me e il mio lavoro?»), non gli strumenti che usa e/o che inventa, ma l'ingegno sottile come un coltello.
E, di questi tempi in cui senza un pc o uno smartphone non si riesce nemmeno ad organizzare una giornata, e senza Google non siamo più capaci di fare una ricerca degli orari ferroviari, quella di Holmes è una grande lezione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
venerdì 22 marzo 2013
Book of the week 1: Chi ben comincia... è all'inizio, diamine.
Da qualche parte si deve pur cominciare. L'inizio, uno dei due grandi crucci dello scrittore (l'altro, come potete ben immaginare, è la fine, ma non parliamone ora). Ma non mi voglio addentrare in questo terreno paludoso, sarebbe troppo.
Da qualche parte dovevo cominciare con questo progetto, dovevo prendere in mano un qualche libro e dire: "oh si, è da te che comincio". E quale avrei potuto scegliere? Sarebbe stato meglio buttarsi sul comico, sul poetico, sul tragico?
Ho avuto un pensiero megalomane: la Divina commedia. Ok è vero, non l'ho letta tutta tutta (mi manca qualche pezzo del Paradiso), ma la conosco abbastanza, no? Un po' di più della media di chi dice di averla letta.
"Questo è barare, cavolo!"
Ho detto che avrei recensito cose lette per intero!
"Si, ma la regola n. 8 dice che il lettore ha il diritto di saltare le pag... oh".
E qui, il Nirvana. La rivelazione somma. Il Dado Tratto.
Da qualche parte si deve pur partire, no?
E allora perchè non partire dall'indice, dall'inizio, dal "grado zero" della lettura?
Perchè non scegliere il libro che più di tutti mi ha illuminato su quanto sia bello leggere e prendersi tutte le libertà del mondo, anche nei confronti dell'autore? Quello che mi ha fatto venire la voglia matta di insegnare la letteratura alle future generazioni?
Sto parlando di Come un romanzo, di Daniel Pennac.
E questa è la mia recensione, la prima di questa serie pluriennale che chissà quanto mi sfiancherà. Godetevela. Poco più di trecento parole per descrivere un'opera che ne meriterebbe un fiume (ma trattandosi di un libricino, ed essendo che io non credo che i commenti a un'opera debbano superare la lunghezza dell'opera stessa, è meglio così).
Questo libro è stato un dono, in tutti i sensi. L'ho visto sullo scaffale di una mia amica e ho chiesto di cosa trattasse. Mi ha risposto sua madre che era suo, mi ha detto quattro parole, giusto per stuzzicarmi la curiosità, io l'ho aperto e non riuscivo più a lasciarlo. Così lei ci ha scritto una dedica sopra e me l'ha lasciato. Così. Un libro suo, "Tanto poi me lo ricompro". Uno dei più bei gesti che qualcuno mi abbia mai fatto. Non la dimenticherò mai.
Diciamoci la verità, noi lettori desideriamo sempre qualcuno che ci coccoli. Abbiamo una lista di difetti che non finisce più: siamo egoisti ed egocentrici, presuntuosi e pretenziosi, maledetti e maldicenti. Ci piace essere vezzeggiati, titillati, illusi, corteggiati fino all'inverosimile. Siamo il monte più arduo da scalare per gli scrittori. E quanto ci piace, quando si rivolgono direttamente a noi? Una cifra. È un dolce solletico al nostro clitoride mentale.
Al cinema ci spaventa: quando il treno sembra venirci addosso, quando lei guarda dritta in camera, ci sentiamo nudi, e nudi in pubblico non stiamo bene. Ma in privato, quando apriamo un libro e lo spettacolo è tutto nella nostra testa, quella nudità ci piace eccome. Anzi, ci piace farci spogliare in tutte le maniere: brutalmente, delicatamente, un velo alla volta o tutto insieme. Non ci giriamo intorno, è tutta qui la seduzione della letteratura, in uno sguardo che ci viene dalla pagina e ci chiede sempre di più, sempre di più, fino al nostro nòcciolo. Quello che non riesce a darvi questo non è vera letteratura, punto e basta.
Ma questo libro, oh, questo si che lo fa, e lo fa così bene! Pennac ci vuole propinare le sue idee sulla lettura, che è come dire sulla scrittura (ma come se fosse il gobbo che dice all'attrice “guarda in camera!”), e potrebbe scrivere come tutti un bel saggio, oppure un romanzo, e invece no: lui scrive Come un romanzo, e dice già dal titolo al lettore: dai, vieni a leggere, non ti interessa sapere come una cosa può essere “come” un romanzo?
Poi, prima di snocciolarti il suo Decalogo del Lettore (che non vi scrivo perché ve lo dovete leggere), ti costringe a fare un lungo e snodato strip-tease fino a scoprire il perché della lettura: e il fatto che la risposta sia copiata (da Balzac) non toglie il divertimento, allo stesso modo in cui non è che uno strip su You can leave your hat on non sia ancora divertente (provateci e ditemi se non funziona!).
Il Decalogo, in sè, vedete, è il meno in questo libro. Lo si può contestare finchè si vuole, si può dire che è troppo indulgente, che si vede che è stato scritto da un prof semifrustrato, etc etc... ma vi prego, leggetelo, e vi verrà automaticamente voglia di leggere ancora, e ancora, e ancora.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Da qualche parte dovevo cominciare con questo progetto, dovevo prendere in mano un qualche libro e dire: "oh si, è da te che comincio". E quale avrei potuto scegliere? Sarebbe stato meglio buttarsi sul comico, sul poetico, sul tragico?
Ho avuto un pensiero megalomane: la Divina commedia. Ok è vero, non l'ho letta tutta tutta (mi manca qualche pezzo del Paradiso), ma la conosco abbastanza, no? Un po' di più della media di chi dice di averla letta.
"Questo è barare, cavolo!"
Ho detto che avrei recensito cose lette per intero!
"Si, ma la regola n. 8 dice che il lettore ha il diritto di saltare le pag... oh".
E qui, il Nirvana. La rivelazione somma. Il Dado Tratto.
Da qualche parte si deve pur partire, no?
E allora perchè non partire dall'indice, dall'inizio, dal "grado zero" della lettura?
Perchè non scegliere il libro che più di tutti mi ha illuminato su quanto sia bello leggere e prendersi tutte le libertà del mondo, anche nei confronti dell'autore? Quello che mi ha fatto venire la voglia matta di insegnare la letteratura alle future generazioni?
Sto parlando di Come un romanzo, di Daniel Pennac.
E questa è la mia recensione, la prima di questa serie pluriennale che chissà quanto mi sfiancherà. Godetevela. Poco più di trecento parole per descrivere un'opera che ne meriterebbe un fiume (ma trattandosi di un libricino, ed essendo che io non credo che i commenti a un'opera debbano superare la lunghezza dell'opera stessa, è meglio così).
Daniel Pennac, Come un romanzo
Questo libro è stato un dono, in tutti i sensi. L'ho visto sullo scaffale di una mia amica e ho chiesto di cosa trattasse. Mi ha risposto sua madre che era suo, mi ha detto quattro parole, giusto per stuzzicarmi la curiosità, io l'ho aperto e non riuscivo più a lasciarlo. Così lei ci ha scritto una dedica sopra e me l'ha lasciato. Così. Un libro suo, "Tanto poi me lo ricompro". Uno dei più bei gesti che qualcuno mi abbia mai fatto. Non la dimenticherò mai.
Diciamoci la verità, noi lettori desideriamo sempre qualcuno che ci coccoli. Abbiamo una lista di difetti che non finisce più: siamo egoisti ed egocentrici, presuntuosi e pretenziosi, maledetti e maldicenti. Ci piace essere vezzeggiati, titillati, illusi, corteggiati fino all'inverosimile. Siamo il monte più arduo da scalare per gli scrittori. E quanto ci piace, quando si rivolgono direttamente a noi? Una cifra. È un dolce solletico al nostro clitoride mentale.
Al cinema ci spaventa: quando il treno sembra venirci addosso, quando lei guarda dritta in camera, ci sentiamo nudi, e nudi in pubblico non stiamo bene. Ma in privato, quando apriamo un libro e lo spettacolo è tutto nella nostra testa, quella nudità ci piace eccome. Anzi, ci piace farci spogliare in tutte le maniere: brutalmente, delicatamente, un velo alla volta o tutto insieme. Non ci giriamo intorno, è tutta qui la seduzione della letteratura, in uno sguardo che ci viene dalla pagina e ci chiede sempre di più, sempre di più, fino al nostro nòcciolo. Quello che non riesce a darvi questo non è vera letteratura, punto e basta.
Ma questo libro, oh, questo si che lo fa, e lo fa così bene! Pennac ci vuole propinare le sue idee sulla lettura, che è come dire sulla scrittura (ma come se fosse il gobbo che dice all'attrice “guarda in camera!”), e potrebbe scrivere come tutti un bel saggio, oppure un romanzo, e invece no: lui scrive Come un romanzo, e dice già dal titolo al lettore: dai, vieni a leggere, non ti interessa sapere come una cosa può essere “come” un romanzo?
Poi, prima di snocciolarti il suo Decalogo del Lettore (che non vi scrivo perché ve lo dovete leggere), ti costringe a fare un lungo e snodato strip-tease fino a scoprire il perché della lettura: e il fatto che la risposta sia copiata (da Balzac) non toglie il divertimento, allo stesso modo in cui non è che uno strip su You can leave your hat on non sia ancora divertente (provateci e ditemi se non funziona!).
Il Decalogo, in sè, vedete, è il meno in questo libro. Lo si può contestare finchè si vuole, si può dire che è troppo indulgente, che si vede che è stato scritto da un prof semifrustrato, etc etc... ma vi prego, leggetelo, e vi verrà automaticamente voglia di leggere ancora, e ancora, e ancora.
Alla prossima
Grillo Sognatore
giovedì 21 marzo 2013
Piccola Parentesi Politica (PPP)
Ci stiamo preoccupando così tanto di avere un futuro governo, da dimenticarci che quello vecchio sta continuando a lavorare.
I Ministeri sono in attività, eccome! Vi propongo uno dei link, a caso, che lo dimostra. Stamattina stavo leggendo un po' di notizie sul mondo della scuola (ho la segreta speranza di poter sperare, un giorno, di insegnare... sebbene diminuisca di giorno in giorno) e ho letto di un decreto attuativo che dovrebbe arrivare a giorni, sulla questione dei docenti inidonei (qui la notizia). Senza contare che si sta svolgendo una battaglia tra TFA ordinari e speciali, nella quale non mi addentro perchè troppo difficile da sbrogliare.
Comunque il succo è: il governo sta continuando a fare il suo lavoro, cioè rendere "esecutivo" quello che il Parlamento ha approvato sotto forma di principi più o meno specifici.
E noi che stiamo ancora a preoccuparci di chi farà il premier e chi sarà "maggioranza" e chi "opposizione", per decidere chi va in certi posti e chi in altri.
Ma basta! Se foste persone ragionevoli, vi mettereste tutti allo stesso livello e parlereste "tra pari" delle cose da fare. Invece no, ci deve essere per forza "uno che vince" e "uno che perde" per governare. Questo lo dico anche al M5S, che piuttosto che sgomitare per la Presidenza del Consiglio dovrebbe spingere ad un vero governo "tecnico", possibilmente con gente che non sia così compromessa con la Prima Repubblica come Monti (basta leggere qui)...
Vogliamo piuttosto mettere in funzione le commissioni parlamentari? Vogliamo per esempio regolarizzare la situazione dei precari della scuola una volta per tutte senza aspettare che se ne occupi il Ministro di turno?
Ve ne saremmo tutti grati.
Alla prossima
Grillo Sognatore
I Ministeri sono in attività, eccome! Vi propongo uno dei link, a caso, che lo dimostra. Stamattina stavo leggendo un po' di notizie sul mondo della scuola (ho la segreta speranza di poter sperare, un giorno, di insegnare... sebbene diminuisca di giorno in giorno) e ho letto di un decreto attuativo che dovrebbe arrivare a giorni, sulla questione dei docenti inidonei (qui la notizia). Senza contare che si sta svolgendo una battaglia tra TFA ordinari e speciali, nella quale non mi addentro perchè troppo difficile da sbrogliare.
Comunque il succo è: il governo sta continuando a fare il suo lavoro, cioè rendere "esecutivo" quello che il Parlamento ha approvato sotto forma di principi più o meno specifici.
E noi che stiamo ancora a preoccuparci di chi farà il premier e chi sarà "maggioranza" e chi "opposizione", per decidere chi va in certi posti e chi in altri.
Ma basta! Se foste persone ragionevoli, vi mettereste tutti allo stesso livello e parlereste "tra pari" delle cose da fare. Invece no, ci deve essere per forza "uno che vince" e "uno che perde" per governare. Questo lo dico anche al M5S, che piuttosto che sgomitare per la Presidenza del Consiglio dovrebbe spingere ad un vero governo "tecnico", possibilmente con gente che non sia così compromessa con la Prima Repubblica come Monti (basta leggere qui)...
Vogliamo piuttosto mettere in funzione le commissioni parlamentari? Vogliamo per esempio regolarizzare la situazione dei precari della scuola una volta per tutte senza aspettare che se ne occupi il Ministro di turno?
Ve ne saremmo tutti grati.
Alla prossima
Grillo Sognatore
giovedì 14 marzo 2013
Habemus ecclesia (infra pedibus)
Meno male che questo conclave è durato poco, ci siamo tolti dalle balle l'agonia di vedere Vespa che parla di fumate, quorum e cardinali della papuasia per chissà quanto tempo.
Francesco I avrà tante e tali responsabilità che manco mi metto a parlarne, non ci voglio passare la giornata (e nessuno leggerebbe un post così lungo).
Quello che mi interessa di più è la responsabilità che abbiamo noi Italiani nei confronti di questo ingombrante cugino che ci teniamo sul groppone. Parlo ovviamente del Vaticano e dell'istituzione-Chiesa.
Abbiamo visto sfilare davanti a Benedetto XVI tanti di quei Presidenti del Consiglio, Ministri, Presidenti di Camera, Senato, Onorevoli, e via dicendo fino agli assessori di quartiere, che non se ne può più. Perfino Monti ha provato a giocarsi la carta della genuflessioncella per guadagnare qualche voterello.
Casualmente mi metto a leggere qualche notizia e scopro che Alemanno era lì a gongolarsi. E mobbastaveramente però. Dai. Siamo arrivati al 2013. Abbiamo fatto la breccia di Porta Pia da quanto, cento-centovent'anni? Non sto neanche a fare il conto: è da un bel pezzo. Vogliamo metterci una pietra sopra? Vogliamo per piacere essere un po', appena un po', laici?
Laico. Oddio. Solo a dirlo, la gente comincia a schifarsi. Come se avessero toccato non esattamente una cosa sgradevole, ma comunque qualcosa della quale vorrebbero cancellare il contatto. Qualcosa come un pezzo di sushi: buono, ma quando l'hai toccato con le dita, poi vuoi subito lavartele.
Ci piace tanto andare in un ristorantino chic ogni tanto, dove te ne servono tre-quattro pezzi su un rustico piatto di bambù, lo intingiamo nella salsa di soia e ce ne beiamo per un paio d'ore: ne parliamo agli amici, lo twittiamo (Fantastico #sushi al #Sakurakurosaki con @amichettadelcuore e @amoremio), su facebook ci mettiamo le foto (quella in cui siamo faticosamente riusciti a tenerlo in equilibrio sulle bacchette, quella imbocchiamo il fidanzatino, eccetera), ma poi quando si tratta di farlo in casa propria, di mangiarne un pezzettino ogni giorno, pur sapendo che è cibo sano e ci fa bene, non ce la sentiamo proprio. Torniamo ai nostri fritti e unti paninozzi.
E torniamo a fare appelli ai credenti, interviste ai vescovi, inchini e baciamani ai pontefici. Ma chi volete prendere per fesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Francesco I avrà tante e tali responsabilità che manco mi metto a parlarne, non ci voglio passare la giornata (e nessuno leggerebbe un post così lungo).
Quello che mi interessa di più è la responsabilità che abbiamo noi Italiani nei confronti di questo ingombrante cugino che ci teniamo sul groppone. Parlo ovviamente del Vaticano e dell'istituzione-Chiesa.
Abbiamo visto sfilare davanti a Benedetto XVI tanti di quei Presidenti del Consiglio, Ministri, Presidenti di Camera, Senato, Onorevoli, e via dicendo fino agli assessori di quartiere, che non se ne può più. Perfino Monti ha provato a giocarsi la carta della genuflessioncella per guadagnare qualche voterello.
Casualmente mi metto a leggere qualche notizia e scopro che Alemanno era lì a gongolarsi. E mobbastaveramente però. Dai. Siamo arrivati al 2013. Abbiamo fatto la breccia di Porta Pia da quanto, cento-centovent'anni? Non sto neanche a fare il conto: è da un bel pezzo. Vogliamo metterci una pietra sopra? Vogliamo per piacere essere un po', appena un po', laici?
Laico. Oddio. Solo a dirlo, la gente comincia a schifarsi. Come se avessero toccato non esattamente una cosa sgradevole, ma comunque qualcosa della quale vorrebbero cancellare il contatto. Qualcosa come un pezzo di sushi: buono, ma quando l'hai toccato con le dita, poi vuoi subito lavartele.
Ci piace tanto andare in un ristorantino chic ogni tanto, dove te ne servono tre-quattro pezzi su un rustico piatto di bambù, lo intingiamo nella salsa di soia e ce ne beiamo per un paio d'ore: ne parliamo agli amici, lo twittiamo (Fantastico #sushi al #Sakurakurosaki con @amichettadelcuore e @amoremio), su facebook ci mettiamo le foto (quella in cui siamo faticosamente riusciti a tenerlo in equilibrio sulle bacchette, quella imbocchiamo il fidanzatino, eccetera), ma poi quando si tratta di farlo in casa propria, di mangiarne un pezzettino ogni giorno, pur sapendo che è cibo sano e ci fa bene, non ce la sentiamo proprio. Torniamo ai nostri fritti e unti paninozzi.
E torniamo a fare appelli ai credenti, interviste ai vescovi, inchini e baciamani ai pontefici. Ma chi volete prendere per fesso.
Alla prossima
Grillo Sognatore
lunedì 11 marzo 2013
Un progetto folle: Book of the week.
Lo so, vi ho fatto aspettare; ma l'attesa è finita.
Da oggi parte su questo blog un progetto ambizioso, che toccherà le vette dell'alta letteratura, ma anche gli abissi di quella bassissima. Rullo di tamburi... ecco a voi...
Book of the week
Cos'è?
In due parole, è un progetto di vita che mi "costringerà" a fare quello che da anni non ho più il coraggio di fare: ricominciare a leggere quello che mi piace e mi fa bene.
In casa mia, a Bologna, ho 310 libri (escludendo enciclopedie e dizionari). Di questi, 102 sono quelli già letti, 60 quelli che ho cominciato a leggere e per un qualche motivo lasciato a metà, e 148 quelli che non ho mai aperto.
Ebbene, a partire da oggi, mi impegno a scrivere una recensione alla settimana, di almeno 300 parole, di tutti i libri che ho in casa, e di quelli che acquisterò finchè dura questo progetto.
Chi vi partecipa?
Due categorie di persone.
- Io: lo scrittore/recensore, che ha i libri in casa e decide quale martoriare o incensare;
- voi: che potete suggerire proposte e idee su limitazioni o espansioni del progetto. Valuterò ogni proposta, sbizzarritevi: volete che scriva in rima una volta al mese? Che faccia una maratona fantasy, zombie, thriller? Che mi legga tutta la saga di Twilight? Beh, quest'ultima scordatevela. Ma qualunque altra idea che vi venga in mente va bene.
Alle stesse due categorie di persone: a me perchè ho accumulato una marea di libri non letti; e a voi e tendenzialmente al mondo intero, perchè si parli e si riparli anche di libri sui quali "è stato già detto tutto", per scoprire la cosa più ovvia della letteratura: che non si finirà mai di farla e di parlarne.
Finirà mai? E se si, quando?
Oddio, si, spero tanto che prima o poi abbia una fine. Comunque ad oggi, con una recensione alla settimana per 310 settimane, la fine è stimata per gennaio 2020, ma potrà slittare in avanti o in indietro perché:
- arriveranno altri libri (e allora si sposta in avanti);
- potrò accorpare recensioni per autore o tipo (e quindi retrocederà).
Non esistono, per ora, altre linee-guida, ma si fa sempre in tempo ad aggiungerne. Commentate e vedrete!
A lunedì, per il nostro primo incontro
Grillo Sognatore
venerdì 8 marzo 2013
In forma di preghiera
In forma di preghiera
Non ho mai davvero creduto
di essere felice da stabile. La vera gioia
l'ho sempre trovata nel volo: nella pace, nella quiete
ho solo incontrato il buio di me stesso. E allora
perché una parte di me continua ad anelarti?
Mercoledì 6 marzo 2013
Che ci crediate o no, questa è la prima poesia che scrivo quest'anno. Ragazzi, non credevo che mi sarei mai sbloccato: per quanto vi possa fare schifo, vi assicuro che scriverla è stata una vera liberazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
Non ho mai davvero creduto
di essere felice da stabile. La vera gioia
l'ho sempre trovata nel volo: nella pace, nella quiete
ho solo incontrato il buio di me stesso. E allora
perché una parte di me continua ad anelarti?
Mercoledì 6 marzo 2013
Che ci crediate o no, questa è la prima poesia che scrivo quest'anno. Ragazzi, non credevo che mi sarei mai sbloccato: per quanto vi possa fare schifo, vi assicuro che scriverla è stata una vera liberazione.
Alla prossima
Grillo Sognatore
mercoledì 6 marzo 2013
Esperimento sociologico spicciolo.
Voglio fare questa prova: a partire da domani, una volta al giorno, farò copia e incolla su Facebook di una dichiarazione politica di un qualunque partito, ma senza specificare se c'è del sarcasmo o meno, nè citare la fonte, e nemmeno commentare a mia volta, insomma facendo finta che siano parole mie.
Pensavo di intitolarlo "Progetto Circus 2.0" e di postare mano a mano gli screenshot di quello che ne esce fuori.
Sono troppo curioso di vedere che succede!
Alla prossima
Grillo Sognatore
Pensavo di intitolarlo "Progetto Circus 2.0" e di postare mano a mano gli screenshot di quello che ne esce fuori.
Sono troppo curioso di vedere che succede!
Alla prossima
Grillo Sognatore
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